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Aspettando l’Assemblea Provinciale

Aspettando l’Assemblea Provinciale

Intervista al Commissario di Confcooperative Roma, Andrea Fora

Categorie: Primo PianoDal Territorio

Tags: Assemblea Provinciale;

Programmi futuri e grandi progetti in vista dell’Assemblea provinciale di Confcooperative Roma Capitale, in programma il 22 febbraio, che vedrà l’elezione di un nuovo Presidente e una nuova dirigenza.
Alle porte di questo importante appuntamento, il commissario Andrea Fora indica la strada e i valori da seguire, dopo un lungo commissariamento che gli ha permesso di capire i problemi strutturali e le potenzialità dell’organizzazione romana.
L’Assemblea è l’occasione anche per lanciare un segnale alla politica, a poche settimane da un voto di grande importanza per il Lazio e per il Paese intero: «Due impegni su tutti: occupazione e rilancio economico. Se non si interverrà su questi due fronti, continueremo a perdere competitività in Europa e nel mondo». 

La data si avvicina. Quale segno lascerà l’assemblea provinciale di Confcooperative Roma? 
Un segno profondo di cambiamento mosso dal motto “niente sarà più come prima”.
Non solo all’interno dell’organizzazione, che si è profondamente trasformata in questo periodo sia nei metodi che nei contenuti, ma anche all’esterno, nella comunità.
Con l’Assemblea avvieremo un progetto ambizioso che vuole apportare un contributo fattivo a questa città: abbiamo idee, cultura, valori per ripartire con un grande progetto nazionale di rilancio dei valori della cooperazione. Vogliamo lavorare per fare di Roma Capitale una vera capitale, motore d’Europa e per fare di Confcooperative un modello di rappresentanza innovativo, giovane, dinamico e al passo con i tempi, ma anche per contribuire a rinnovare la comunità e costruire territori dove possiamo vivere meglio noi, i nostri figli, i nostri nipoti. 
Questo commissariamento è stato utile a comprendere quali sono i problemi strutturali dell’organizzazione? 
Il commissariamento è una misura estrema che Confcooperative adotta raramente.
A Roma serviva un segno di forte discontinuità con il passato. Nei metodi più che nei contenuti, nelle forme di partecipazione più che nelle prassi della rappresentanza.
Roma è la città con la presenza di cooperative più numerosa d’Italia: negli ultimi anni solo il 10% delle cooperative ha scelto di aderire a Confcooperative.
Sui motivi potremmo interrogarci a lungo: allentamento dei legami con il territorio, rapporto sbagliato con la politica, interesse a difendere posizioni di rendita piuttosto che a tutelare interessi collettivi. Ma non cambia il finale. Un’associazione che non è più fertile, che non opera per costituire nuove cooperative, che non è più attrattiva, che non parla con i giovani, che allontana invece che avvicinare nuove cooperative, è destinata alla morte, una morte veloce, soprattutto in un periodo storico dove gli attacchi alla cooperazione e la crisi dei corpi intermedi si fanno sentire più forti ogni giorno. 
Qual è l’antidoto perché non si verifichino più i problemi del passato? 
Riscoprire valori e cultura cooperativa. Significa riscoprire le fondamenta da cui siamo nati: investire in una comunità cooperativa in grado di riconoscersi, una comunità di imprese che si distinguono per comportamenti virtuosi e trasparenti, animati da un profondo spirito mutualistico e solidaristico. Che abbia capacità per parlare con i cittadini, con il territorio.
Avere il coraggio di cambiare, coraggio che a volte richiede interventi “di rottura” che aiutino e forzino l’innovazione. Per questo introdurremo quote obbligatorie nella composizione dei nuovi organi dirigenti per giovani under 35 e donne. E infine garantire partecipazione vera, democrazia e trasparenza. Impegni che dovranno essere assicurati dalla nuova classe dirigente che si candiderà a guidare l’organizzazione nei prossimi anni.        
Quali dovranno essere le nuove parole d’ordine per il cambiamento? 
Ambizione, coraggio, forza e determinazione. I cooperatori di Roma devono essere ambiziosi, essere capaci di sognare, di rimpossessarsi del ruolo che Roma merita di avere, di rendersi protagonisti di un grande slancio di cambiamento che utilizzi questo momento fertile, dove possiamo ricostruire dalle fondamenta Confcooperative, per farne un modello innovativo a cui il resto d’Italia può guardare con interesse e ammirazione. 
Questo è anche anno di elezioni politiche e regionali: quali segnali vi aspettate dal sistema politico?
Io spero innanzitutto che i cooperatori vadano a votare. Il clima di forte incertezza e di sfiducia della politica rischia di alimentare il partito del non voto, facendolo diventare il partito più numeroso d’Italia. E ciò a discapito della democrazia e della partecipazione. E poi mi aspetterei un periodo di stabilità politica, indipendentemente dal partito che potrà vincere. Questo Paese ha bisogno di rotte chiare, di un orizzonte a lungo termine. E infine due impegni su tutti: occupazione e rilancio economico. Se non si interverrà su questi due fronti, continueremo a perdere competitività in Europa e nel mondo.   
La nuova dirigenza, secondo lei, quale obiettivo progettuale dovrà prefiggersi? 
Ci si dovrà impegnare per innovare i modelli di mercato: che significa cambiare i modelli di business, non aspettare la crisi che passi. Significa per le cooperative sociali riorientare i propri mercati di welfare.  Da qui la proposta di costruire una piattaforma aperta a tutti, su cui le cooperative ridiventino protagoniste. Perché non possiamo accettare un contesto sociale basato sull’iniquità e sulla diseguaglianza sociale. Non ci può essere ripresa se non c’è garanzia di parità di accesso e di diritti. Costruire una piattaforma per la città vuol dire assumerci una grande responsabilità, prenderci a cuore la città di Roma, con una forte dimensione di apertura ed una forte connotazione economica. Dobbiamo tornare ad abitare le periferie, ad essere percettori dei bisogni che muovono le nostre comunità e costruire insieme a loro le rispose più adeguate. È un passaggio molto delicato. Vuol dire passare da noi agli altri. Per questo dovremo adeguare le nostre competenze e il capitale umano presenti all’interno delle nostre cooperative, competenze che spesso non abbiamo. È una grande occasione per ingaggiare quei tanti giovani che oggi si sentono esclusi da percorsi di realizzazione personale e professionale. 
Cosa significa per lei “cooperazione”? 
Coniugare la propria vita con la prima persona plurale invece che con la prima persona singolare. Purtroppo stiamo vivendo anni difficili. La grande crisi economica del nostro Paese, la caduta di fiducia verso le istituzioni e la politica, che spesso sfocia in intolleranza e violenza, alimentano l’instabilità, quindi mettono sulla difensiva, spingono a chiudersi non ad aprirsi, nutrono la diffidenza in ciò che può mettere in discussione le nostre certezze, invitano a interessarsi dei propri piccoli affari a discapito degli altri. E ci abituano ad addossare la responsabilità e la colpa dei propri destini agli altri. Per questo coniughiamo sempre più l’io e il loro invece che il noi. Non aver paura significa aprirsi agli altri, permettere a noi stessi di crescere tramite l’incontro e l’arricchimento che solo un viaggio insieme ad altri può permetterci di realizzare.
Come diceva Etty Hillesum: «E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare, se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione, allora non siamo una generazione vitale».


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